Questo pomeriggio, Strelnik mi gira un link: il manifesto del 19 marzo pubblica un articolo sui ricercatori dell’università di Torino che annunciano un’astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico.
Su skype comincia un dibattito tra lo Strelnik, appassionato e attento osservatore della cosa pubblica in Italia e nel mondo, ed io (precario decennale dell’Università italiana) con un misero contratto di insegnamento in scadenza ad aprile (e quindi matematicamente fuori dal sistema accademico italiano). Nel dibattito-skyppato io sostengo una posizione: i movimenti di protesta italiani sono organizzati per rivendicare non un sistema universitario migliore – e quindi migliore per tutti – ma per rivendicazioni “personalistiche”.
I problemi dei ricercatori precari li conosco. Io sono un precario d’eccellenza. Dopo il conseguimento del dottorato riesco a pubblicare in varie riviste, insegno per cinque anni, faccio parte di vari gruppi di ricerca (non finanziati dal sistema pubblico). Nel 2006 la rivista Polis mi assegna pure il Premio Giovani Ricercatori. Dopo questo importante riconoscimento, l’Università italiana, il mio ateneo, finanzierà con euri zero le mie ricerche future.
Al momento, non ho chances di restare nel sistema accademico.
Detto questo, vorrei però spendere due parole sulle varie forme di protesta, il movimento e la rete dei ricercatori precari. Vorrei che ci fosse una protesta seria in Italia, per avere una università giusta, libera, aperta, fondata su valori universali.
Le manifestazioni come quella di Torino, che guardo con simpatia, molta, in fondo, però, non risolvono i miei problemi. E nemmeno i miei obiettivi (una università migliore).
Purtroppo, in Italia, non c’è un movimento, sociale e collettivo, che proponga, seriamente, un sistema universitario aperto, funzionante, libero. I ricercatori precari agiscono a livello locale (nel Nord ed un po’ nel Centro) oppure a livello individuale (nel Sud).
Non abbiamo forme di lotta unitarie. E le organizzazioni sindacali di certo non ci aiutano. In altri termini, seppur in scala diversa, la tendenza reale è verso la situazione particolare (l’individualismo).
Per una Università migliore, serve un’azione collettiva, organizzata, strutturata. Ed una piattaforma. Si propone la piattaforma, al governo. La si discute. Se non accettano, il movimento protesta. In tutta Italia. Si torna a trattare. Si sente cosa ci dicono. Si possono pure modificare i termini della piattaforma. Poi, si protesta di nuovo. A Roma. Nelle sedi locali ed a Roma. Ma a Roma di più.
E così via. Fino a che non si raggiunge un accordo, accettabile, da ambo le parti. Manca sia la piattaforma che l’azione collettiva.
Vorrei ricordare che il sistema di selezione è sostanzialemente funzionante su criteri particolarstici. ovvero: i baroni hanno vinto (e così i loro raccomandati, oggi delfini, domani nuovi baroni). Se vogliamo promuovere una università migliore, lasciamo fuori i baroni, i docenti ed i ricercatori raccomandati, i dottorandi raccomandati. Loro hanno già vinto. Non sono precari della ricerca, poiché non fanno parte della ricerca.
Con tutta onestà, il futuro è molto incerto. E non so manco con chi parlarne.
